mercoledì, settembre 13, 2006

L'ISOLA DEI MANGIATORI DI LOTO

Alla fine ad Angkor abbiamo passato ben quattro giorni, esplorando con le nostre intrepide biciclette le splendide rovine disseminate per chilometri nella foresta e gustandoci albe e tramonti da tutti i possibili punti panoramici. Da segnalare anche una notevole performance di Valerio, che, preda d'una ingiustificata ira funesta, abbandona il gruppo per andare in bici in un tempio lontano 40 chilometri (e che gli altri, piu' saggiamente, hanno raggiunto in tuc tuc..); fortunatamente la lunga sfacchinata sotto il sole tropicale, un totale di 80 chilometri col brivido di una foratura nel mezzo del nulla, hanno ricondotto l'irascibile a piu' miti consigli e nel pomeriggio ci si e' ricongiunti tra le risate.
Nel complesso Angkor si e' rivelata la meraviglia che ci si aspettava e la Cambogia, che pure suscitava qualche apprensione, una tappa molto piacevole e rilassante. Probabilmente vince la palma di paese piu' disastrato in cui siamo mai stati: poche strade asfaltate anche nella stessa Phnom Penn, immense distese agricole infestate da mine antiuomo e mezza nazione sott'acqua per le piene fluviali della stagione umida. A colpirci, pero', e' stata soprattutto la forte traccia indiana rimasta nella cultura Khmer, a partire dall'alfabeto, che utilizza caratteri derivati dal sanscrito, fino alla religione, all'architettura, al cibo ed ai tratti somatici delle persone: lo stacco col Vietnam, molto piu' vicino all'altro gigante orientale, la Cina, e' sicuramente netto.

La mattina del quinto giorno e' cominciato il lungo viaggio verso Ko Phangan, una splendida isola nel sud della Thailandia, cui ci premeva giungere al piu' presto cosi' da essere nel pieno della forma per il Full Moon Party, evento mondano che Tommy e Cepe non volevano assolutamente perdere. Lasciata, quindi, Nima alla ricerca di una via per il Laos, ci siamo imbarcati sull'ultimo scassatissimo minibus cambogiano alla volta della frontiera thailandese. Dopo cinque ore su una polverosissima pista sterrata abbiamo percorso i 160 chilometri (!!) che separano Angkor dalla Thailandia. Dopo un mese tra Vietnam e Cambogia, l'arrivo nella terra degli stupa e' stato un vero ritorno alla civilta': un moderno e veloce autobus ci conduce rapidamente alla capitale, su una bellissima strada a doppia carreggiata. Qui giusto il tempo di inghiottire un kebab di pollo, e siamo su un nuovo lussuoso autobus alla volta di Chumporn, da cui copriamo con un rapido aliscafo i chilometri residui per attraccare alla nostra isoletta tropicale.

Per Colo, che era stato qui con la famiglia nel '95, e Cesare, che due anni fa con altri compagni aveva gia' saggiato le spiagge dell'isola, e' un ritorno, mentre per Tommy si tratta di un esordio. Inutile dire che in breve siamo tutti assolutamente soggiogati da Kho Phangan, e la voglia di restarci ad oltranza non risparmia nessuno.. siamo giunti nell'omerica isola dei mangiatori di loto!
Alloggiati in due bungalow di legno, su una splendida spiaggia di sabbia bianca, circondata da palme e isolata da tutto, alternando shake di frutta a squisiti piatti thai sotto il caldo sole dei tropici, la nostra vita e' esattamente quella che ci si immagina in un paradiso tropicale; al tramonto, arrampicandoci nella foresta, troviamo anche la bucolica capanna del fornitore di marjiuana della spiaggia, cosi' da veder davvero esaudito ogni nostro desiderio.

Di questi giorni non ci sono molitissime cose da raccontare, oltre a mare, spiaggia, libri, canne e chiacchiere: il Full Moon Party era la super festa che ci si immaginava, con l'intera spiaggia trasformata in una mega disco per occidentali sbevazzoni e prostitute e spacciatori locali. A giudicare dal numero di barellati, l'ecstasy che chiunque cercava di vendere da ogni parte non doveva essere di grande qualita'; ma non si preoccupino i parenti, noi siamo gente semplice e per divertirci ci e' bastato un bel secchiello di rhum e coca (cola..)!! Tommy e Cesare hanno ballato tutta la notte, anche se forse non con gli esiti sperati, mentre Colo, notoriamente allergico a queste situazioni, contemplava placido sulla sabbia la luna, il mare e il festaiolo turbine multietnico della spiaggia. Dopo una splendida alba sul mare, siamo rincasati per riposarci.

Tommy ha poi voluto congedarsi come si deve dalla motorbike, il vero grande amore della vacanza: una giornata intera avventurandosi col centauro sulle strade di Kho Phangan, rischiando piu' volte la vita su impervi e ripidissimi sterrati in mezzo alla giungla, raccattando thailandesi sbronzi lungo la strada.

Colo, invece, si e' cimentato nella ricerca della spiaggia della sua infanzia. Preso il solito barchino sulla scia di ricordi vaghi e confusi, si e' fatto dare un passaggio verso una caletta che sembrava essere quella in cui trascorse giorni felici nel lontano agosto del '95, per poi rientrare al porticciolo a piedi attraversando varie spiagge lungo la costa. Purtroppo la zona negli ultimi 11 anni e' stata molto costruita ed era impossibile individuare con certezza la baia giusta (anche perche' stranamente non ci sono ancora targhette a commemorare l'evento..). E forse e' stato meglio cosi', di sicuro il ricordo mitico di un dodicenne e' molto meglio di quello che la speculazione edilizia thailandese ha prodotto negli ultimi anni.. L'ultima emozione della giornata l'ha offerta il barchino, partendo con una decina di minuti di anticipo e abbandonando il nostro bestemmiante eroe nelle grinfie di avidi barcaioli; diciamo che dopo un'ora buona di contrattazione davanti a delle birre fredde si e' passati dall'iniziale richiesta di 500 baht ad un piu' ragionevole 250, cosi', abbandonato il proposito di dormire sulla spiaggia per aspettare il barchino del giorno dopo, Valerio ha raggiunto i compagni godendosi uno splendido tramonto in mezzo al mare.

Come ad Ulisse prima e Adamo ed Eva poi (a seconda della tradizione che si preferisce), purtroppo anche a noi e' toccato lasciare il nostro eden. Tristi come a un funerale (soprattutto Tommy, che ha letto con troppo ritardo un'email di Nima che lo invitava a spassarsela con lei una settimana a Krabi..), ci siamo imbarcati per Surat Thani, il punto piu' a sud dell'intera vacanza, a poche ore dalla frontiera malese, e da li' l'ultima nottata di viaggio per approdare definitivamente alla meta finale della nostra estate, Bangkok. Preso alloggio in una guesthouse molto carina in centro, stiamo passeggiando per i quartieri cinesi, arabo e indiano, dilettandoci con lo shopping e le abboffate. La citta', cuore pulsante non solo della Thailandia, ma di tutto il sud-est asiatico, ci e' subito sembrata interessante e ricca di attrattive; e qui passeremo gli ultimi due giorni della nostra vacanza, ormai prossima alla fine.. Speriamo non troppo "fine", visto che a riportarci a casa sara' un sovietico pilota Aeroflot, compagnia nota per riuscire ad atterrare senza problemi soltanto in occasioni particolari: solo due anni fa, Tommy si e' trovato a San Pietroburgo anziche' a Mosca..

Stiamo sfruttando il ritorno alla civilta' per aggiornare il nostro blog di foto; l'indirizzo e' il solito: http://www.flickr.com/photos/28785825@N00/sets/72157594250939266/

Continueremo ad aggiornarlo fino al triste giorno della partenza con le foto inedite di questi giorni di viaggio. Ci vediamo il 18 ragazzi!!! Un bacio a tutti e a presto, Cesare, Tommaso, Valerio.

venerdì, settembre 01, 2006

CAMBOGIA: A UN PASSO DALLA FINE.

Il tempo passa, i posti si susseguono e ormai non ci restano piu' molti luoghi da vedere, ma bisogna dire che questi ultimi giorni sono stati tra i piu' ricchi di tutta la vacanza! E allora andiamo con ordine.

Dopo il solito, infinito viaggio in pullman siamo giunti a Saigon, ribattezzata Ho Chi Min City dopo la vittoria del Vietnam del Nord nel 1975. La citta' e' oggi il cuore economico del paese, ma conserva intatti numerosi edifici coloniali francesi e alcuni splendidi vicoletti ricchi di squisiti ristorantini. Abbiamo passato una tranquilla giornata passeggiando per il centro e visitando i principali monumenti, tra cui il museo sulla guerra, ricco di foto celebri e toccanti sulla lunga battaglia indipendentista dei vietnamiti, prima contro i francesi, poi contro gli americani, infine contro cinesi e cambogiani; diciamo che negli ultimi 50 anni non hanno avuto molto tempo libero..
La sera abbiamo cenato nella solita "bettola", uno di quegli ottimi (nonche' molto economici..) ristorantini all'aperto che hanno allietato le nostre serate vietnamite; in pratica una vecchia che cucina per la famiglia e vende a pochi centesimi gli avanzi agli ospiti seduti a un tavolaccio in plastica...

Il giorno seguente e' cominciata la tre giorni di tour nel delta del Mekong, una delle ragioni che ci hanno spinto a scendere cosi' a sud prima di risalire verso la Thailandia. Partiti di buon mattino da Saigon, abbiamo vagato dapprima su una barca a motori, poi a remi, tra i canali e le isolette che costellano l'ultimo tratto di questo fiume immenso; abbiamo visitato una fabbrica di squisite caramelle al cocco, passeggiato tra le palafitte di legno su cui sono costruite tutte le case per difendersi dalle piene della stagione umida, prima di raggiungere Can Tho, il capoluogo regionale, in cui abbiamo pernottato, dopo che Valerio ha finalmente potuto aggiungere il serpente alle numerose specialita' sperimentate in questo viaggio.

Il secondo giorno abbiamo scoperto come viene prodotto il riso, di cui il Vietnam e' passato in due decenni dal ruolo di importatore a secondo esportatore mondiale (la maggior parte del riso e' prodotta in questa regione), e soprattutto come vengono preparati i noodles, uno dei piatti piu' prelibati nelle nostre bettole; dopo esserci rimpinzati di squisiti frutti tropicali, ci siamo arrampicati sull'unica altura della regione, da cui abbiamo visto lo straordinario spettacolo della valle: immense distese di campi di riso, allagate dalla piena stagionale del fiume, di cui era impossibile distinguere gli argini, il tutto costellato di piccole palafitte di legno. Pochissime le auto e i motorini, in questa stagione (nel caso non l'abbiate capito, la stagione delle piogge..) le persone si spostano prevalentemente in barca.
La sera abbiamo festeggiato consumando in compagnia degli altri viaggiatori un prezioso dono di Teo e Alessia, cosi' da presentarci l'indomani leggeri come piume alla frontiera cambogiana.

Il terzo giorno, infatti, stipati su un infimo barchino, abbiamo visitato un villaggio Cham, gli eredi di quella popolazione di origine malesiana sconfitta dai vietnamiti circa 500 anni fa e poi scomparsa nel nulla, oggi minoranza del sud di Vietnam e Cambogia dedita ad una forma piuttosto blanda di islamismo e alla piscicoltura, prima di addentrarci in uno dei nove rami principali del Mekong, fino al confine cambogiano.
Superata con l'usuale lentezza la frontiera, siamo arrivati, dopo un paio d'ore su una barca che era una sorta di immensa, caldissima ed ermetica botte di latta, ancora piu' scassata della precedente e un breve ma intenso viaggio in minibus, a Phnom Penh, la capitale.

Qui subito un tributo al museo degli orrori dei Khmer rossi, ossia un vecchio edificio scolastico trasformato da Pol Pot in un lager allucinante (il famigerato S 21) da cui non furono in molti ad uscire vivi (dicamo pure solo sette). Pol Pot lo possiamo definire il ridicolo che si trasforma in tragico: dopo il colpo di stato imbastito dalla CIA fugge, attraverso il sentiero di Ho Chi Min, in Cina, resta folgorato dalle migliori genialate maoiste, il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale, e decide che anche lui vuole passare alla storia con qualche milione di morti; cosi', preso il potere, abolisce la moneta (meglio il baratto!) e deporta tutti gli abitanti delle citta' nelle piu' remote aree della giungla cambogiana a coltivare riso quindici ore al giorno. Phnom Penh scende fino all'incredibile cifra di 40.000 abitanti (oggi fa 2 milioni) e se qualcuno non sorride, nel dubbio lo si ammazza in quanto antirivoluzionario. In soli tre anni si stima siano morti da 1 a 3 milioni di persone su un totale di 8-9 milioni, e a tuttoggi questo Stato occupa i primi posti in statistiche non proprio edificanti, come il numero di mine antiuomo pro capite o la quantita' di persone mutilate.
Usciti da questo tetro museo, ci siamo tirati su il morale con lo shopping: il mercato della citta' era infatti pieno di abiti firmati in vendita per pochi dollari, anche se, data la nostra inesperienza al riguardo, non ne abbiamo saputo approfittare a dovere. Ma la giornata offre ancora qualcosa: Valerio si pappa, in un lauto banchetto, nell'ordine: ragni, cicale, grilli e larve (e purtroppo non si accorge di alcuni sfiziosi scarafaggi..).

Il giorno dopo, ieri, salvata Nima dalle luride manacce di due tedeschi che provano a molestarla nel sonno, partiamo tutti assieme per Angkor. Questo e' il piu' grande complesso religioso esistente al mondo, costruito prosciugando tutte le risorse umane e naturali del paese nel corso del XVI secolo da megalomani sovrani Khmer. Originariamente induista, poi riutilizzato senza grossi cambiamenti dai buddhisti, presenta una serie sterminata di templi sparsi su in diversi chilometri di giungla e questo ci convince a trascorerre qui almeno tre giorni per girarli con tutta calma. Non ci sono davvero parole per descrivere la magnificenza quello che ci siamo trovati davanti; avremmo voluto far parlare le foto, ma purtroppo le connessioni cambogiane sono davvero tragiche e anche questa volta dobbiamo rinunciare. Faremo del nostro meglio per mostrarvele al piu presto!