mercoledì, settembre 13, 2006

L'ISOLA DEI MANGIATORI DI LOTO

Alla fine ad Angkor abbiamo passato ben quattro giorni, esplorando con le nostre intrepide biciclette le splendide rovine disseminate per chilometri nella foresta e gustandoci albe e tramonti da tutti i possibili punti panoramici. Da segnalare anche una notevole performance di Valerio, che, preda d'una ingiustificata ira funesta, abbandona il gruppo per andare in bici in un tempio lontano 40 chilometri (e che gli altri, piu' saggiamente, hanno raggiunto in tuc tuc..); fortunatamente la lunga sfacchinata sotto il sole tropicale, un totale di 80 chilometri col brivido di una foratura nel mezzo del nulla, hanno ricondotto l'irascibile a piu' miti consigli e nel pomeriggio ci si e' ricongiunti tra le risate.
Nel complesso Angkor si e' rivelata la meraviglia che ci si aspettava e la Cambogia, che pure suscitava qualche apprensione, una tappa molto piacevole e rilassante. Probabilmente vince la palma di paese piu' disastrato in cui siamo mai stati: poche strade asfaltate anche nella stessa Phnom Penn, immense distese agricole infestate da mine antiuomo e mezza nazione sott'acqua per le piene fluviali della stagione umida. A colpirci, pero', e' stata soprattutto la forte traccia indiana rimasta nella cultura Khmer, a partire dall'alfabeto, che utilizza caratteri derivati dal sanscrito, fino alla religione, all'architettura, al cibo ed ai tratti somatici delle persone: lo stacco col Vietnam, molto piu' vicino all'altro gigante orientale, la Cina, e' sicuramente netto.

La mattina del quinto giorno e' cominciato il lungo viaggio verso Ko Phangan, una splendida isola nel sud della Thailandia, cui ci premeva giungere al piu' presto cosi' da essere nel pieno della forma per il Full Moon Party, evento mondano che Tommy e Cepe non volevano assolutamente perdere. Lasciata, quindi, Nima alla ricerca di una via per il Laos, ci siamo imbarcati sull'ultimo scassatissimo minibus cambogiano alla volta della frontiera thailandese. Dopo cinque ore su una polverosissima pista sterrata abbiamo percorso i 160 chilometri (!!) che separano Angkor dalla Thailandia. Dopo un mese tra Vietnam e Cambogia, l'arrivo nella terra degli stupa e' stato un vero ritorno alla civilta': un moderno e veloce autobus ci conduce rapidamente alla capitale, su una bellissima strada a doppia carreggiata. Qui giusto il tempo di inghiottire un kebab di pollo, e siamo su un nuovo lussuoso autobus alla volta di Chumporn, da cui copriamo con un rapido aliscafo i chilometri residui per attraccare alla nostra isoletta tropicale.

Per Colo, che era stato qui con la famiglia nel '95, e Cesare, che due anni fa con altri compagni aveva gia' saggiato le spiagge dell'isola, e' un ritorno, mentre per Tommy si tratta di un esordio. Inutile dire che in breve siamo tutti assolutamente soggiogati da Kho Phangan, e la voglia di restarci ad oltranza non risparmia nessuno.. siamo giunti nell'omerica isola dei mangiatori di loto!
Alloggiati in due bungalow di legno, su una splendida spiaggia di sabbia bianca, circondata da palme e isolata da tutto, alternando shake di frutta a squisiti piatti thai sotto il caldo sole dei tropici, la nostra vita e' esattamente quella che ci si immagina in un paradiso tropicale; al tramonto, arrampicandoci nella foresta, troviamo anche la bucolica capanna del fornitore di marjiuana della spiaggia, cosi' da veder davvero esaudito ogni nostro desiderio.

Di questi giorni non ci sono molitissime cose da raccontare, oltre a mare, spiaggia, libri, canne e chiacchiere: il Full Moon Party era la super festa che ci si immaginava, con l'intera spiaggia trasformata in una mega disco per occidentali sbevazzoni e prostitute e spacciatori locali. A giudicare dal numero di barellati, l'ecstasy che chiunque cercava di vendere da ogni parte non doveva essere di grande qualita'; ma non si preoccupino i parenti, noi siamo gente semplice e per divertirci ci e' bastato un bel secchiello di rhum e coca (cola..)!! Tommy e Cesare hanno ballato tutta la notte, anche se forse non con gli esiti sperati, mentre Colo, notoriamente allergico a queste situazioni, contemplava placido sulla sabbia la luna, il mare e il festaiolo turbine multietnico della spiaggia. Dopo una splendida alba sul mare, siamo rincasati per riposarci.

Tommy ha poi voluto congedarsi come si deve dalla motorbike, il vero grande amore della vacanza: una giornata intera avventurandosi col centauro sulle strade di Kho Phangan, rischiando piu' volte la vita su impervi e ripidissimi sterrati in mezzo alla giungla, raccattando thailandesi sbronzi lungo la strada.

Colo, invece, si e' cimentato nella ricerca della spiaggia della sua infanzia. Preso il solito barchino sulla scia di ricordi vaghi e confusi, si e' fatto dare un passaggio verso una caletta che sembrava essere quella in cui trascorse giorni felici nel lontano agosto del '95, per poi rientrare al porticciolo a piedi attraversando varie spiagge lungo la costa. Purtroppo la zona negli ultimi 11 anni e' stata molto costruita ed era impossibile individuare con certezza la baia giusta (anche perche' stranamente non ci sono ancora targhette a commemorare l'evento..). E forse e' stato meglio cosi', di sicuro il ricordo mitico di un dodicenne e' molto meglio di quello che la speculazione edilizia thailandese ha prodotto negli ultimi anni.. L'ultima emozione della giornata l'ha offerta il barchino, partendo con una decina di minuti di anticipo e abbandonando il nostro bestemmiante eroe nelle grinfie di avidi barcaioli; diciamo che dopo un'ora buona di contrattazione davanti a delle birre fredde si e' passati dall'iniziale richiesta di 500 baht ad un piu' ragionevole 250, cosi', abbandonato il proposito di dormire sulla spiaggia per aspettare il barchino del giorno dopo, Valerio ha raggiunto i compagni godendosi uno splendido tramonto in mezzo al mare.

Come ad Ulisse prima e Adamo ed Eva poi (a seconda della tradizione che si preferisce), purtroppo anche a noi e' toccato lasciare il nostro eden. Tristi come a un funerale (soprattutto Tommy, che ha letto con troppo ritardo un'email di Nima che lo invitava a spassarsela con lei una settimana a Krabi..), ci siamo imbarcati per Surat Thani, il punto piu' a sud dell'intera vacanza, a poche ore dalla frontiera malese, e da li' l'ultima nottata di viaggio per approdare definitivamente alla meta finale della nostra estate, Bangkok. Preso alloggio in una guesthouse molto carina in centro, stiamo passeggiando per i quartieri cinesi, arabo e indiano, dilettandoci con lo shopping e le abboffate. La citta', cuore pulsante non solo della Thailandia, ma di tutto il sud-est asiatico, ci e' subito sembrata interessante e ricca di attrattive; e qui passeremo gli ultimi due giorni della nostra vacanza, ormai prossima alla fine.. Speriamo non troppo "fine", visto che a riportarci a casa sara' un sovietico pilota Aeroflot, compagnia nota per riuscire ad atterrare senza problemi soltanto in occasioni particolari: solo due anni fa, Tommy si e' trovato a San Pietroburgo anziche' a Mosca..

Stiamo sfruttando il ritorno alla civilta' per aggiornare il nostro blog di foto; l'indirizzo e' il solito: http://www.flickr.com/photos/28785825@N00/sets/72157594250939266/

Continueremo ad aggiornarlo fino al triste giorno della partenza con le foto inedite di questi giorni di viaggio. Ci vediamo il 18 ragazzi!!! Un bacio a tutti e a presto, Cesare, Tommaso, Valerio.

venerdì, settembre 01, 2006

CAMBOGIA: A UN PASSO DALLA FINE.

Il tempo passa, i posti si susseguono e ormai non ci restano piu' molti luoghi da vedere, ma bisogna dire che questi ultimi giorni sono stati tra i piu' ricchi di tutta la vacanza! E allora andiamo con ordine.

Dopo il solito, infinito viaggio in pullman siamo giunti a Saigon, ribattezzata Ho Chi Min City dopo la vittoria del Vietnam del Nord nel 1975. La citta' e' oggi il cuore economico del paese, ma conserva intatti numerosi edifici coloniali francesi e alcuni splendidi vicoletti ricchi di squisiti ristorantini. Abbiamo passato una tranquilla giornata passeggiando per il centro e visitando i principali monumenti, tra cui il museo sulla guerra, ricco di foto celebri e toccanti sulla lunga battaglia indipendentista dei vietnamiti, prima contro i francesi, poi contro gli americani, infine contro cinesi e cambogiani; diciamo che negli ultimi 50 anni non hanno avuto molto tempo libero..
La sera abbiamo cenato nella solita "bettola", uno di quegli ottimi (nonche' molto economici..) ristorantini all'aperto che hanno allietato le nostre serate vietnamite; in pratica una vecchia che cucina per la famiglia e vende a pochi centesimi gli avanzi agli ospiti seduti a un tavolaccio in plastica...

Il giorno seguente e' cominciata la tre giorni di tour nel delta del Mekong, una delle ragioni che ci hanno spinto a scendere cosi' a sud prima di risalire verso la Thailandia. Partiti di buon mattino da Saigon, abbiamo vagato dapprima su una barca a motori, poi a remi, tra i canali e le isolette che costellano l'ultimo tratto di questo fiume immenso; abbiamo visitato una fabbrica di squisite caramelle al cocco, passeggiato tra le palafitte di legno su cui sono costruite tutte le case per difendersi dalle piene della stagione umida, prima di raggiungere Can Tho, il capoluogo regionale, in cui abbiamo pernottato, dopo che Valerio ha finalmente potuto aggiungere il serpente alle numerose specialita' sperimentate in questo viaggio.

Il secondo giorno abbiamo scoperto come viene prodotto il riso, di cui il Vietnam e' passato in due decenni dal ruolo di importatore a secondo esportatore mondiale (la maggior parte del riso e' prodotta in questa regione), e soprattutto come vengono preparati i noodles, uno dei piatti piu' prelibati nelle nostre bettole; dopo esserci rimpinzati di squisiti frutti tropicali, ci siamo arrampicati sull'unica altura della regione, da cui abbiamo visto lo straordinario spettacolo della valle: immense distese di campi di riso, allagate dalla piena stagionale del fiume, di cui era impossibile distinguere gli argini, il tutto costellato di piccole palafitte di legno. Pochissime le auto e i motorini, in questa stagione (nel caso non l'abbiate capito, la stagione delle piogge..) le persone si spostano prevalentemente in barca.
La sera abbiamo festeggiato consumando in compagnia degli altri viaggiatori un prezioso dono di Teo e Alessia, cosi' da presentarci l'indomani leggeri come piume alla frontiera cambogiana.

Il terzo giorno, infatti, stipati su un infimo barchino, abbiamo visitato un villaggio Cham, gli eredi di quella popolazione di origine malesiana sconfitta dai vietnamiti circa 500 anni fa e poi scomparsa nel nulla, oggi minoranza del sud di Vietnam e Cambogia dedita ad una forma piuttosto blanda di islamismo e alla piscicoltura, prima di addentrarci in uno dei nove rami principali del Mekong, fino al confine cambogiano.
Superata con l'usuale lentezza la frontiera, siamo arrivati, dopo un paio d'ore su una barca che era una sorta di immensa, caldissima ed ermetica botte di latta, ancora piu' scassata della precedente e un breve ma intenso viaggio in minibus, a Phnom Penh, la capitale.

Qui subito un tributo al museo degli orrori dei Khmer rossi, ossia un vecchio edificio scolastico trasformato da Pol Pot in un lager allucinante (il famigerato S 21) da cui non furono in molti ad uscire vivi (dicamo pure solo sette). Pol Pot lo possiamo definire il ridicolo che si trasforma in tragico: dopo il colpo di stato imbastito dalla CIA fugge, attraverso il sentiero di Ho Chi Min, in Cina, resta folgorato dalle migliori genialate maoiste, il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale, e decide che anche lui vuole passare alla storia con qualche milione di morti; cosi', preso il potere, abolisce la moneta (meglio il baratto!) e deporta tutti gli abitanti delle citta' nelle piu' remote aree della giungla cambogiana a coltivare riso quindici ore al giorno. Phnom Penh scende fino all'incredibile cifra di 40.000 abitanti (oggi fa 2 milioni) e se qualcuno non sorride, nel dubbio lo si ammazza in quanto antirivoluzionario. In soli tre anni si stima siano morti da 1 a 3 milioni di persone su un totale di 8-9 milioni, e a tuttoggi questo Stato occupa i primi posti in statistiche non proprio edificanti, come il numero di mine antiuomo pro capite o la quantita' di persone mutilate.
Usciti da questo tetro museo, ci siamo tirati su il morale con lo shopping: il mercato della citta' era infatti pieno di abiti firmati in vendita per pochi dollari, anche se, data la nostra inesperienza al riguardo, non ne abbiamo saputo approfittare a dovere. Ma la giornata offre ancora qualcosa: Valerio si pappa, in un lauto banchetto, nell'ordine: ragni, cicale, grilli e larve (e purtroppo non si accorge di alcuni sfiziosi scarafaggi..).

Il giorno dopo, ieri, salvata Nima dalle luride manacce di due tedeschi che provano a molestarla nel sonno, partiamo tutti assieme per Angkor. Questo e' il piu' grande complesso religioso esistente al mondo, costruito prosciugando tutte le risorse umane e naturali del paese nel corso del XVI secolo da megalomani sovrani Khmer. Originariamente induista, poi riutilizzato senza grossi cambiamenti dai buddhisti, presenta una serie sterminata di templi sparsi su in diversi chilometri di giungla e questo ci convince a trascorerre qui almeno tre giorni per girarli con tutta calma. Non ci sono davvero parole per descrivere la magnificenza quello che ci siamo trovati davanti; avremmo voluto far parlare le foto, ma purtroppo le connessioni cambogiane sono davvero tragiche e anche questa volta dobbiamo rinunciare. Faremo del nostro meglio per mostrarvele al piu presto!

giovedì, agosto 24, 2006

SULLA STRADA PER SAIGON

Dopo la spassosa giornata tra motorino e spiaggia, la nostra marcia di avvicinamento alla seconda citta' vietnamita ha subito un imprevisto rallentamento: non ci e' stato infatti possibile trovar posto sul pullman per Nha Thrang, citta' balneare circa 500 km piu' a sud, e abbiamo cosi' dovuto rinviare la partenza di un giorno. Nel giorno supplementare ci siamo goduti l'ormai familiare Hoi An, il suo affollatissimo mercato, i gustosi frutti tropicali, le spiagge e la paciosa veranda dell'ostello in riva al fiume, decidendo di tagliare poi i tempi sulle spiagge piu' a sud.

La sera abbiamo preso l'autobus dandoci appunamento con l'amica spagnola, cui il mare non interessava, a Dalat, la tappa successiva, e apprestandoci ad incontrare Matteo e Alessia, giunti a Nha Trang il giorno prima dal sud. Il viaggio, gia' tumultuoso per le strade dissestate, e' stato reso ancor piu' problematico dall'ennesima prodezza di Tommy: non memore dell'identica avventura in terra tunisina, il nostro eroe si e' concesso, come spuntino notturno, uno squisito sandwich all'uovo che, dopo aver seminato scompiglio per tutta la notte nella pancia del malcapitato, e' riemerso in forma liquida tra disgustosi gorgheggi che hanno risvegliato tutto il pullman (tranne Colo, che dormiva sereno al suo fianco..).
Con Tommy ancora provato dalla disavventura gastrica con Teo e Alessia ci siamo avventurati alla ricerca di Jungle Beach. La spiaggia era un vero paradiso: acqua azzura su sabbia bianca e senza anima viva; l'unico prezzo da pagare e' stato un lungo e difficoltoso viaggio in motorino (in particolare per Colo, il cui centauro aveva un solo freno funzionante..), dapprima tra lenti tir e folli autobus, poi su impervie strade sterrate. Dopo una giornata di riposo nello sperduto resort di un canadese trapiantato vietnamita, siamo rientrati a Nha Trang, rischiando nuovamente la vita, in particolare quando un autobus in contromano ha invaso la nostra corsia per effettuare un sorpasso, costringendo tutti noi a gettarci fuori strada per evitare di essere schiacciati come mosche.

L'indomani ci si e' concessi una piu' quieta gita in barca, per poter vedere i fondali delle isole circostanti, tra i piu' belli del Vietnam. In realta' questa e' stata anche l'esperienza piu' trash della vacanza: dopo una piacevole oretta a nuotare con la maschera tra i coralli e un pranzo buffet in cui, grazie all'inappetenza dei nostri compagni di traversata, abbiamo potuto abboffarci a volonta' (contendendoci il cibo con un vorace gruppo di spagnoli), e' partito il karaoke, con un susseguirsi di canzoni vietnamite e occidentali cantate da un improbabile duo locale; poi il cantante si e' improvvisato barista di un originale pub galleggiante: acciondolato su un salvagente, versava vino a volonta' ai turisti, anch'essi spaparanzati su dei salvagenti. Mentre Tommy, ancora convalescente, si conteneva, e Teo e Cesare si dilettavano con salti dalla barca, Valerio e Alessia sono gli unici ad abusare del rosso di Dalat, ma fortunatamente l'escursione prosegue con placide capatine in altre spiagge e la sbronza si riassorbe senza conseguenze.
La sera ci si saluta, giacche' Teo ed Alessia proseguono il loro viaggio verso nord, alla volta di Hoi An, mentre noi continuiamo verso sud e raggiungiamo, a Dalat, la nostra amica Nima.

Dopo giorni di caldo e sole, torniamo a respirare un po' d'aria fresca e frizzantina. Dalat e' una kitschissima cittadina sull'altopiano centrale del Vietnam. Trovato l'alloggio, comincia una febbrile ricerca della migliore escursione per visitare i boschi e i villaggi nei pressi della citta'. Riguardo a come gestire i giorni a Dalat vi sono idee differenti ed alla fine ci si divide: mentre Colo e Cepe si lanciano in una due giorni di trekking nella foresta, Tommy e Nima si concedono due giorni in moto (con annesso investimento di un pollo) tra valli giunglose, strade sterrate tra le montagne, cascate, momentanei diluvi e splendide schiarite.

Invece, partiti di buon mattino, i nostri due esploratori raggiungono il Paradise Lake, un grazioso laghetto blu tra i pini, prima di lanciarsi alla conquista del monte circostante; dopo aver banchettato sulla vetta, la discesa, funestata da un'inarrestabile pioggia (Dalat, come Hue, e' un posto molto umido), li porta d'un colpo dalla foresta di aghifoglie ad una giungla folta e selvaggia. E' incredibile come bastino poche centinaia di metri a cambiare radicalmente il tipo di vegetazione, anche se nella giungla l'idea di Cesare di portare solo pantaloncini corti si rivela poco azzeccata, visto che il terreno e' letteralmente invaso da centinaia di sanguisughe, pronte a salassare i malcapitati passanti. Fortunatamente il tragitto e' breve e giungiamo rapidamente allo splendido villaggetto di case di legno in riva al lago in cui pernottiamo.
Visto il feeling che si e' creato tra noi e la giovane guida, pensiamo di cogliere l'occasione per fare alcune domande sulla situazione politica locale, ma purtroppo la conversazione si interrompe al primo scoglio, ossia il significato della parola "elezioni", concetto del tutto ignoto al nostro interlocutore. Proviamo anche con le parole "vote", "democracy" e altri sinonimi, ma il vietnamita non fa altro che parlarci dello "Zio Ho", come viene amichevolmente chiamato Ho Chi Min dai locali. Nonostante la conversazione sia stata alquanto breve, ci sembra abbastanza chiaro il senso che se ne puo' trarre..
L'indomani la guida ci rifornisce di speciali calzature anti-sanguisuga, visto che il tragitto nella giungla sara' decisamente piu' lungo; ci attendono infatti ore di marcia in una fitta foresta tra nebbia e pioggia, prima di raggiungere il piccolo villaggeto di una minoranza etnica degli altopiani, da cui un auto ci riconduce a Dalat, ove ritroviamo i nostri due compagni. L'ultima tranquilla serata sull'altopiano e poi il viaggio per Saigon.

A breve aggiorneremo questa pagina con qualche foto. Qua sotto il link per vederne gia' qualcuna.

http://www.flickr.com/photos/28785825@N00/sets/72157594250939266/

mercoledì, agosto 02, 2006

Dopo un lungo silenzio di cui ci scusiamo, eccoci di nuovo a voi! Oggi siamo arrivati a Macao, dopo aver trascorso 4 giorni ad Hong Kong nei quali, contrariamente ad ogni aspettativa, connettersi e' stato molto piu' complesso che nel resto della Cina; abbiamo due diverse teorie: la prima e' che il business della citta' ha ormai reso superfluo l'obsoleto internet point, soppiantato dall'etereo wirless; la seconda che la censura cinese ci stia mettendo lo zampino, rosicchiano piano piano terreno alle liberta' britanniche.

Ma cominciamo da dove abbiamo lasciato. Abbandonata la quieta Pingyao con sommo dispiacere di Tommy (stregato, questa volta, da una graziosa francesina..), abbiamo raggiunto Xi'an, giungendoci, nostro malgrado, all'alba perche', per ragioni ignote, i treni notturni cinesi arrivano sempre a destinazione in orari antelucani! Dopo esserci sistemati nello scantinato dell`ostello piu' umido e maleodorante di tutta la citta', abbiamo sfruttato le fresche ore del mattino per passeggiare nel quartiere musulmano: Xi'an, infatti, oltre che capitale sotto la dinastia Qin, fu anche per secoli il punto di partenza delle carovane lungo la via della seta ed ancora oggi vi risiede una cospicua comunita' di fede islamica. Consumata una lauta colazione e visitate le imponenti moschee in stile persiano, perse tra i vivaci mercati arabeggianti, ci siamo concessi un pomeriggio di riposo, prima di completare il nostro tour con le immancabili Torre del Tamburo e Torre della Campana, che segnano il centro di quasi tutte le citta' cinesi.

Il giorno successivo siamo andati a vedere la principale attrazione della citta', ossia l`esercito di Terracotta: un'imponente armata di statue di ceramica posta a poca distanza dalla tomba dell`imperatore Qin Shi Huangdi, che, 2000 anni fa, riunifico' la Cina dopo secoli di guerre grazie ad un esercito divenuto leggendario. Le statue, con le annesse armi in bronzo, riproducono e commemorano le milizie dell'imperatore e costituiscono un colpo d'occhio davvero impressionante, di cui speriamo di rendervi partecipi con la foto qui accanto. Dopo questa calda mattinata ci siamo recati alle rovine di un villaggio neolitico nella periferia di Xi'an, molto interessante, perche' uno dei piu' antichi presenti in oriente e contemporaneamente uno dei meglio conservati al mondo.
Interessanti riflessioni sono sorte riguardo al modo in cui i cinesi gestiscono i loro mezzi di trasporto pubblici: in Russia gli orari erano un superfluo ornamento e la coda una sorta di giungla senza misericordia, in cui si poteva attendere ore e ore finche', solo inaspettatamente, apparivano d'imporvviso due o tre autobus letteralmente presi d'assalto; in Cina, invece, la gente in attesa viene convogliata rigidamente in fila per uno dall' "omino della fila", un apposito addetto munito di fascia rossa, e quando arriva l'autobus i passegeri salgono singolarmente, cosicche' "l'omino dei sedili" in camicia azzurra possa accertarsi che ci siano tanti passeggeri quanti sedili. Non uno in piu', non uno in meno. Unico neo, l'incapacita' di contare del cinese, che voleva poi cacciarmi dall'autobus in quanto senza sedile e soltanto stringendomi con Tommy nello stesso posto ho potuto difendere il mio diritto di rimanere a bordo..

Dopo Xi'an avremmo voluto fare una tappa alla poderosa diga delle Tre Gole nel centro della Cina, ennesima opera titanica di quest'immenso paese, ma purtroppo sui treni non c'era posto per giorni; abbiamo cosi' optato per una tirata unica fino ad Hong Kong, superando finalmente il tropico del cancro e ripercorrendo a ritroso, tra dolci colline e vaste risaie, le migliaia di chilometri che i maoisti si sobbarcarono nella celeberrima Lunga Marcia. Loro impiegarono mesi, noi, fortunatamente solo trenta ore..
Nel corso del viaggio, grazie alla struttura anti-privacy dei treni cinesi, le cui cuccette sono prive di porte o divisorio alcuno, abbiamo avuto modo di familiarizzare con alcune famiglie cinesi: Tommy ha conosciuto due simpatici e svegli ragazzini. Nel corso di una improbabile discussione in un inglese molto elementare, i due hanno notato sulla guida che Taiwan era segnata come la Corea, ossia come uno stato non appartenente alla Cina. Sono allora corsi immediatamente dal padre, cui abbiamo cercato di spiegare che l' "errore" era dovuto al fatto che "i cinesi dicono che Taiwan e loro, ma i Taiwanesi non ne sono molto convinti". Tommy e' stato pero' smentito immediatamente da un altro passeggero, che perentoriamente ha riaffermato il diritto di possesso cinese sull'isola e la discussione e' finita ridendo sulla mappa della Repubblica Popolare disegnata su un contenitore di zuppa liofilizzata (cibo tipico dei viaggi in treno orientali): la' al posto dell'isola di Formosa c'era una fotina della zuppa stessa, che cancellava il problema!! Quel tizio scorbutico, oltre alla sua patriotticita', ha poi avuto modo di svelare a Tommy un'altra qualita' invidiabile: dopo aver bruscamente allontanato i ragazzini, lo ha obbligato a vedersi con lui un terribile porno cinese. I ragazzini pero', incuriositi, continuavano a fissare Tommy. E quando lui ha cercato di far notare all'uomo che non stava bene guardare certe cose a due metri da loro, questi, sentendo la parola "children", ha interpretato la sua come una richiesta di video COI bambini... Stendiamo un velo pietoso sulla moralita' di quest'uomo...
Intanto Valerio era stato braccato da un'altra simpatica famigliola, che, dopo le cortesie di rito, ha richiesto a gran voce un'esibizione canora tipicamente italiana; fortunatamente il duetto con Tommi, sfuggito finalmente all'orientale erotomane, gia' collaudato presso una famiglia armena in quel di Erevan, non ha deluso le aspettative degli asiatici e il tutto si e' chiuso tra scroscianti applausi! Un'altra famiglia a pianto ascoltando "O sole mio". D'ora in avanti, pero', ci concederemo solo per "O ma bela madunina", che un po' di sano campanilismo non guasta..

Salutati i nostri amici, siamo finalmente arrivati ad Hong Kong, ed e' stato come entrare in un'altra era: quella contemporanea. Superata la frontiera (Hong Kong e' a tutti gli effetti cinese ma, come anche Macau, gode di uno statuto autonomo) col solito autobus scassato, ci siamo trovati in una modernissima metropolitana che ci ha condotto fino ai mirabolanti grattacieli di questa incredibile citta'. Passeggiando, abbiamo notato attivisti dei diritti umani che distribuivano opuscoli contro le violenze del governo cinese e visto per la prima volta in vendita giornali occidentali; autobus e strade erano identici a quelli londinesi compresa, per nostra sfortuna, la barbarica usanza di guidare "al contrario". Nonostante le forze di Sua Maesta' abbiano lasciato l'isola ormai 9 anni fa, la sua impronta resta forte.

Il primo giorno, stravolti (anche questo treno arrivava alle 4 del mattino), lo abbiamo dedicato solo a Kowloon, la penisola attaccata alla Cina dove abbiamo trovato l'albergo, dalle cui rive abbiamo potuto ammirare incantati l'impressionante skyline di Hong Kong Island, di fronte a noi.

Il secondo giorno abbiamo passeggiato per Hong Kong Island, dapprima provvedendo ad un nuovo visto (necessario per tornare in Cina) e poi perdendoci per le anguste strade tra mostri di acciaio e vetro e continue capatine nei numerosi e convenienti negozi di elettronica; la sera siamo poi saliti al Victoria Peak, da cui, immersi in una lussureggiante vegetazione tropicale, abbiamo potuto godere di una vista davvero spettacolare della citta', di cui speriamo che le foto rendano l'idea.

Il terzo giorno abbiamo raggiunto Lantau, un'altra isola della miriade che costituisce l'arcipelago tra Hong Kong e Macao, in cui, a pochi minuti dalla frenetica metropoli sinobritannica, vasti boschi e quiete spiagge offrono pace e relax a turisti e locali stanchi della citta'. Ci siamo concessi (a parte il solito Cesare, all'ombra con la maglietta) un bagno nelle torbide acque della baia di Hong Kong e un pomeriggio all'ombra di alcuni alberi di ananas, sotto la vigile protezione del ragno piu' grande del mondo, prima di trascorrere la serata in un quartiere molto "in" di Hong Kong, giusto per sentirci ancora di nuovo per un attimo pesci fuor d'acqua..

La nostra quarta e ultima giornata e' stata interamente consacrata allo shopping e, dopo ore di ricerche, confronti e contrattazioni sotto un'incessante tormenta tropicale (di cui l'indomani avremmo pagato le inaspettate conseguenze..) abbiamo realizzato alcuni colpacci di cui potrete sperimentare la qualita' al nostro ritorno!!

Infine ieri siamo arrivati tronfi al molo delle navi per Macao dove abbiamo scoperto con orrore che tutti i battelli erano "momentaneamente sospesi" causa tifone forza 8.. quella fastidiosa pioggia tropicale era dunque peggio di quanto immaginassimo e nonostante avessimo tentato di ottenere una bella zattera a remi, siamo stati costretti ad accamparci come profughi in mezzo a storme di rumorosi cinesi nell'attesa che il tifone passasse. Dopo sole 16 ore di attesa, alle5 del mattino i collegamenti sono stati riattivati ed abbiamo potuto raggiungere l'ex colonia portoghese.

La prima cosa che abbiamo notato e' la differenza tra la solida e pragmatica mano britannica, che ha reso Hong Kong una spettacolare metropoli, e la decadente sciatteria dell'amministrazione portoghese, che dopo un buon inizio nel 1517, anno della fondazione della citta', e' entrata in un inarrestabile declino, come del resto tutto l'impero coloniale lusitano. Dopo una passeggiata tra i graziosi viottoli e le chiese barocche della vecchia citta', questa sera ci siamo concessi una cenetta a base di baccala' (una specialita' locale), e siamo pronti per ripartire, domani, alla volta di Canton (Guangzou, in cinese)!! Vi salutiamo quindi da questo internet point pieno di rumorose e ruttanti donne macaensi intraprese a chattare tramite webcam con improbabili compagni pachistani...

martedì, luglio 18, 2006

E dopo un`altra, piccola odissea, comprensiva di ore in ostaggio sul treno alla dogana cinese e arrivo a Pechino alle tre del mattino sotto il diluvio universale, eccoci in Cina! A parte gli scherzi il viaggio e` scivolato via senza troppi problemi: dopo giorni senz`acqua ad Ulaan Baatar abbiamo finalmente potuto lavarci (detto da noi, potete immaginare la situazione..) e, nonostante le allarmistiche voci di tommi sulla salute del mio stomaco, e` bastato il rimedio mongolo (uno sciottino di densa vodka locale a colazione) a rimettere ogni cosa al suo posto. Raggiunta la frontiera cinese dopo una notte di viaggio, abbiamo purtroppo scoperto che non c`era modo di arrivare Datong, vicino alla muraglia cinese, in giornata; cosi` siamo saltati sul primo pullman per Pechino, scovato grazie alla dritta degli stessi francesi aspramente dileggiati nel viaggio tra Irkutsk ed Ulaan Baatar. A Erlian, posto di frontiera nel mezzo del deserto del Gobi, giusto il tempo di comprare del cibo e testare sulla mia pelle l`abilita` (nonche` l`economicita`..) dei parrucchieri cinesi ed il nostro bizzarro pullman a cuccette subito parte per l`immensa capitale della Cina!

La prima giornata si apre sotto una fitta pioggia. Non ci lasciamo scoraggiare e mentre aspettiamo un orario ragionevole per raggiungere l`ostello ci facciamo condurre alla stazione ferroviaria e li ci accampiamo. Nell`attesa, mentre cesare dorme ignaro di tutto, un cinese, riconosciutici come italiani, ci mostra speranzoso un foglio dell`ambasciata spagnola, nel quale e` chiaramente scritto che non otterra` mai il visto perche`, testualmente, non ritengono vere ne le ragioni ne la documentazione da lui portate. Cerchiamo in qualche modo di tradurre in cinese col glossarietto della lonely, ma l`impresa e` disperata, cosi` lo lasciamo con un foglietto in inglese augurandogli buona fortuna.
All`alba siamo all`ostello, ma ovviamente e` troppo presto, e da li corriamo all`ambasciata vietnamita; abbiamo cosi` modo di conoscere il quartiere delle ambasciate e tra squadre di poliziotti a ogni angolo della strada e cancellate e filo spinato in tutti gli isolati, otteniamo con inaspettata facilita`i nostri visti.
Prima esperienza con la cucina cinese: tutto molto buono, ma non ordinate mai patatine fritte, vi arriva cavolo al vapore! Nel pomeriggio proviamo con mano (anzi, con piede..) la vastita` della citta`, camminando per ore senza alcuno scopo. Ci perdiamo cosi` in bellissimi Huong, i vecchi vicoli della citta`, che si aprono inaspettati tra vialoni e grattacieli; gustiamo alcune squisitezze nei vari chioschi, ma, mal consigliati dalla guida, andiamo a cenare in un orribile mercato turistico, dove ci propinano un grasso spiedino di serpente e del barracuda, mentre una star americana si fa filmare nell`atto di mangiare scorpioni fritti. Stremati e delusi fuggiamo da questo pirotecnico quartiere commerciale e completiamo la cena in una altro huong, vere isole di tranquillita` e bonta`. Tornati in ostello ci connettiamo per vedere i commenti dei nostri numerosi lettori, ma scopriamo con amarezza che le rigide maglie della censura cinese, oltre (ovviamente) a vari siti dediti a licenziosita` come diritti umani e liberta` civili, censura anche il nostro blog: possiamo scriverlo, ma non possiamo leggerlo. Fateci sapere per mail cosa sta venendo fuori, che fino al Vietnam siamo come cechi ad un`orgia: dobbiamo farci strada palpando..

La mattina seguente si apre con la creazione di nuovi soprannomi: Cesare diventa `Little Sugar`, per gli amici Zuccherino; Tommi e` Topper, mentre Valerio, per ovvie ragioni, Airik! Rinfrancati da questi nuovi nomi di battaglia, riaffrontiamo le bibliche distanze pechinesi, dopoche` le bici a noleggio erano malauguratamente terminate. Giriamo per la citta` proibita`, ribattezzata proibitiva per l`afa e le moltitudini che dopo secoli di pace e pacifiche repressioni ora la invadono; molto bella, peccato che i monumenti principali fossero in restauro e per ogni interno occorressero mediamente tre ore di coda. Come da tradizione, ci facciamo turlupinare in un ristorantino apparentemente economico prima di scoprire che il mercoledi il mausoleo di Mao e` chiuso al pomeriggio. Cosi` ripieghiamo su un parchettino dietro la citta` proibita (dietro a Pechino vuol dire almeno cinque chilometri..), davvero molto bello, con salici e ninfee e colorati tempi buddisti, prima di arrampicarci abusivamente su una collinetta inspiegabilmente cintata per vedere dall`alto la citta` proibita al tramonto. Un altra splendida cenetta nel nostro huong di fiducia (questa volta veniamo letteralmente sommersi di cibo da premurose cameriere) e la giornata si chiude.
Pechino ci sta davvero entusiasmando, senza contare che il nostro nuovo status di `turisti campioni del mondo` genera sempre in chi incontriamo enorme rispetto e sorrisi e congratulazioni sono all`ordine del giorno, sia con fluenti salamelecchi in inglese, sia con piu` spartani sorrisi e gestualita` bizzare, accompagnate da parole scomposte, tipo `italia, footbal, good, champions`, cui e` sempre piacevole rispondere con `france shit kaput!`.

Purtroppo, per ragioni tecniche a noi ignote, non siamo in grado di pubblicare nessuna foto di questa bellissima citta`, speriamo di poter ovviare al piu` presto al problema. Con l`approvazione (speriamo..) del ministero della propaganda cinese vi auguriamo una buona notte, in particolare ai miei nonnini che, totalmente digiuni di informatica, hanno lanciato una versione cartacea del nostro blog che speriamo possa diffondersi in ogni angolo del globo..

domenica, luglio 16, 2006


CAMPIONE DI MONGOLIA!! CAMPIONE DI MONGOLIA!! CAMPIONE DI MONGOLIA!!!
Col vecchio metodo di Davide e Golia, il sampietrino nella mutanda, Cepe schianta ad uno a uno i suoi avversari e vince il Montone d'oro!

Scherzi a parte, ciao a tutti cari (specie a Giovanni e allo Zio luca che ci seguono appassionatamente), e anche la Mongolia sta per salutarci, ma ricominciamo dalla vittoria ai campionati mondiali... per nostra fortuna dopo la solitudine del brindisi in stazione alle 6 del mattino il treno era pieno di francesi da sfottere. E noi giu' a strillare Trezeguet! Les incompetents!! Travers!! Ecc.. Alla fine pero' erano abbastanza umiliati e quindi non abbiamo infierito troppo.

Dopo 10 ore alla frontiera (un francese aveva pure il visto scaduto dalla mezzanotte e ha dovuto corrompere - dopo 2 h almeno di trattativa e un paio di uffici doganali diversi - le guardie di frontiera. 80 cocozzoni... ma poteva andargli peggio!) eccoci finalmente nella agognata Mongolia e in quella che e' la sua festeggiante capitale: Ulaan Baatar.
Dobbiamo dire che a confronto dei russi i mongoli sono un paradiso: parlano, parlano inglese, sorridono e soprattutto costano pochissimo. Media di 3 euri al pasto per 3 persone... e solo carne e latticini!

Il primo giorno abbiamo visitato l'amena Ulaan Baatar e il suo unico tempio preparandoci con cura all'escursione nella steppa dei prossimi 4 giorni. La sera siamo andati a vedere il Naadam allo stadio e abbiamo provato finalmente i tanto agognati Hushuk e Airik: frittele di montone e latte di cavalla fermentato. Squisiti.

Primo giorno nella steppa: visita a due monasteri buddisti, tour sui cammelli e notte presso il gher di una simpatica famigliola. Ci avevano detto di portare in dono detersivo e vodka e noi cosi' abbiamo fatto, facendo pero' una terribile figura di merda col fratello del padrone, business man di succhi di frutta col figlio che lavora a Manchester... e noi che li credevamo dei pezzenti grezzi ed ottusi... ci hanno dato una bella lezione!

Secondo giorno: visita a Karakorum, la citta' capitale dell'impero di Gengis Kahn di cui non resta nulla. 5 km fuori pero' c'e' un complesso di templi buddisti (ricostruito dopo le devastazioni fatte dai comunisti sovietici) che racchiude edifici dei 3 principali stili: tibetano, mongolo e cinese.
Nel pomeriggio lasciamo l'unica strada asfaltata della mongolia e il nostro driver si perde nei campi. Ogni 10 km di sterrato si ferma a chiedere indicazioni a qualche pastore. Vediamo Yak e avvoltoi. Per la notte ci fermiamo in un gher sperduto nelle valli pieno di bambini gia' prodi cavallerizzi. Li stupiamo col solito gioco della macchina digitale e passiamo tre h a fare foto e a farci fare foto da loro. Assistiamo alla mungitura delle cavalle e Valerio sbocca, non potendone piu' dell'Airik, che da sogno diventa incubo: questi cazzo di pastori non fanno altro che bere quel latte acido (sa un po' di yogurth con l'aggiunta di acqua frizzante e loro la chiamano birra bianca, essendo alcoolica). Ci addormentiamo coi tonfi dei bambini che mischiano latte appena munto all'airik per farlo fermentare e averne sempre di fresco.

Il terzo giorno ripartiamo per lande sempre piu' aride e desolate. Attraversiamo una mega valle a 50 gradi in cui riusciamo ad avvistare delle gazzelline succulente che pero' ci sfuggono alla vista appena sentono il rumore del fuoristrada. Infine, arriviamo, sudici e sporchi, al nostro ultimo gher, talmente squallido stavolta da costringerci ad andare a passare il pomeriggio all'ombra delle uniche quattro spelacchiate elontanissime acacie della steppa mongola, tra mosche e cacche di cavallo e pecora. Il gher e' in effetti quanto di piu' lontano dalla civilta' ci si possa immaginare. Solo per fare un esempio, il figlio dei proprietari di quest'ultimo scagazza sul letto. La madre, anziche' lavare la coperta, pensa bene di grattare via la merda semplicemente col coltello da cucina con cui poi prepara un succulento stufatino di montone - conservato morto sotto al letto di Cesare.

L'ultima mattina partiamo alle nove e all'una siamo a Ulaan Baatar. Riusciamo a farci inculare nell'unico ristorante turistico della citta' perche' Tommaso voleva a tutti i costi mangiare la grigliata mongola (1 wurstel e un hamburger per un peso totale di 25 gr), e siamo pronti a partire alla volta della cina!!

lunedì, luglio 10, 2006



Ciao amici, abbiamo finalmente pubblicato le foto, di cui qui a fianco vedete un piccolo esempio: il treno che ci ha condotto da mosca a Yekaterinburg. Le altre foto le potete vedere all'indirizzo seguente: http://www.flickr.com/photos/15645927@N00/

Lasciata la citta' di Eltsin ci siamo allontanati dagli Urali e inoltrati nel cuore della siberia. Abbiamo passato Novosibirsk, citta' costruita in due ore per alloggiare gli operai che costruivano la ferrovia, diretti a Irkutsk, punto di partenza di un piccolo tour sul lago Baikal.

Sul treno abbiamo conosciuto Andrej, pescatore e cacciatore siberiano con cui in men che non si dica abbiamo stretto amicizia a suon di vodka e cetrioli. Alla fine ci ha anche regalato una foto di lui con un orso appena ucciso dopo 15 giorni di strenuo inseguimento tra i boschi.

Dopo un paio d'ore passate a contrattare coi tassisti di Irkutsk abbiamo finalmente raggiunto Listvianka, villaggio siberiano sul lago Baikal, che e' il lago piu' profondo e capiente del mondo (contiene 1/4 di tutte le acque dolci della terra). Purtroppo pero' il lago si e' rivelato veramente, ma veramente siberiano: ci siamo beccati due giorni freddi e piovosi, ed anche oggi a Irkutsk il tempo non scherza affatto....

Con un nuovo amico turco, raccattato alla stazione durante la finale dei mondiali (voi fortunelli ve la siete vista in prima serata al palacucco, mentre per noi erano le 4 del mattino ed eravamo in una lurida sala d'attesa piena di ubiraconi e per cui abbiamo pure dovuto pagare 150 rubli...). Dicevamo, col nostro nuovo amico turco stasera partiremo per Ulaan Baatar, in Mongolia, dove ci aspetta il Naadam, gran varieta' festivo di gare di tiro con l'arco, corse di cavalli e lotta a mani nude senza categorie di peso. Cepe non lo sa ma e' iscritto e in quanto sfidante incontrera' subito una testa di serie del peso di 165 kg asciutto e dopo cacato.

Vi scriviamo presto da Ulaan Baatar che questo internet point ci sta costando una fortuna e noi abbiamo solo 100 rubli per mangiare stasera (non vi preoccupate genitori stiamo scherzando... forse...)